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LA RIPROGRAMMAZIONE POSTURALE GLOBALE – Bernard Bricot

by pconsapevoli
LA RIPROGRAMMAZIONE POSTURALE GLOBALE – Bernard Bricot

La metodologia del Dott. Bernard Bricot è un punto di passaggio obbligato per chi lavora nella posturologia clinica. È tra le prime ad essere insegnate nei Master Universitari, ed è anche la base di molte metodologie oggi esistenti. Ma per chi, ancora oggi, non ha avuto la possibilità di conoscerla, guarderemo nel dettaglio di cosa si tratta.

Per avere un’idea chiara di quale sia il punto di partenza di questa visione, si parte come sempre da una domanda semplice, ma con una risposta da trovare mai banale:

Comment un homme mantient-il une posture ou inclinéè contre le vent qui souffle sur lui?


Come può un uomo mantenere una postura eretta o inclinata contro il forte vento che soffia contro di lui?

Questa domanda fu posta all’inizio del secolo scorso da Charles Bell, alla quale ancora oggi nessuno è riuscito a dare una risposta scientificamente comprovata. Questo, è il punto di origine di tutto il lavoro del Dott. Bricot:

 “I differenti lavori realizzati da più di un centinaio di anni conducono a considerare il sistema tonico posturale, come un insieme strutturato a entrate multiple, e con numerose funzioni complementari. Per realizzare questo exploit neuro-fisiologico, l’organismo utilizza differenti risorse: esterocettori – propriocettori – centri superiori

Gli studi a cui fa riferimento riguardano medici, e figure sanitarie, che hanno investito la loro vita professionale nell’approfondire tematiche molto importanti e delicate, come ad esempio: l’importanza degli occhi secondo Romberg; la propriocezione dei muscoli paravertebrali di Longet; l’influenza del vestibolo di Flourens; il senso muscolare di Sherrington.

L’aspetto importante della sua visione, riguarda l’approccio a determinate patologie osteoarticolari, e il motivo è piuttosto immediato:

“[…] ridare una giusta funzionalità ad una vertebra è importante, sapere perché è disfunzionale è meglio”

Entrando nello specifico del pensiero di questa metodologia, l’aspetto cardine è legato alla fondamentale presa di coscienza della componente meccanica nelle diverse patologie, come ad esempio artrosi vertebrali, scoliosi, ernie o protusioni discali. Secondo il Dott. Bricot, tutte queste patologie hanno un aspetto in comune, e lo si può ritrovare nelle sollecitazioni anomale muscolari causate da un disequilibrio del sistema tonico posturale, e dei suoi differenti recettori:

“É lui che provoca le bascule, le rotazioni e le torsioni a livello dei differenti segmenti ossei, delle diverse articolazioni e provoca delle sollecitazioni anomale sulle capsule articolari, le superfici cartilaginee e i legamenti. Queste tensioni saranno responsabili di differenti patologie dolorose croniche”

Lo studio del sistema tonico posturale negli anni, ha permesso al Dott. Bricot di comprendere al meglio, e circoscrivere, queste particolari e differenti patologie, di affrontarle con trattamenti più eziologici riprogrammando questo sistema a partire dai sui recettori, per questo il nome di Riprogrammazione Posturale Globale.

(Tutte le citazioni sono state prese dal libro: La riprogrammazione posturale globale, Bernard Bricot – Editore Statipro, Marseille)

LE CATENE RETTE DEL TRONCO – Léopold Busquet

LE CATENE RETTE DEL TRONCO – Léopold Busquet

Abbiamo imparato a conoscere il concetto delle catene muscolari, secondo la personale visione del Dott. Léopold Busquet. Sintetizzando il concetto (per chi non avesse avuto modo di leggere l’articolo relativo), le catene muscolari sono dei circuiti di continuità di direzione e di piano attraverso i quali si propagano le forze organizzatrici del corpo. E per chiunque abbia il desiderio di approfondire l’argomento, consigliamo di leggere l’articolo relativo, qui.

Detto questo, entriamo ora nel dettaglio delle diverse tipologie di catene muscolari, osservando da vicino le due Catene Rette del Tronco:

“La flessione e l’estensione del tronco dipendono dalle catene rette. Avvengono in rapporto a due importanti assi miotensivi: uno anteriore e uno posteriore.”

Il Dott. Busquet suddivide quindi in due le catene rette, con entrambe specificità e caratteristiche biomeccaniche ben precise. Prima di analizzarle nel dettaglio, impariamo a riconoscerle:

CDF – CATENA DI FLESSIONE
L’asse anteriore unisce D1 al sacro prendendo relè: sullo sterno (1° costola D1); sul pube; sul coccige. Intercalati tra queste strutture ossee, i muscoli: intercostali medi; grandi retti; del perineo.
Questa catena anteriore forma un potente pilastro verticale di fronte all’asse rachideo, che forma l’asse posteriore.

Troviamo in questa catena:
– Intercostali medi / I grandi retti / I muscoli del perineo

Relè Cingolo Scapolare
– Triangolo dello sterno / Piccolo pettorale / Trapezio inferiore

Relè Arto Superiore
– Grande pettorale / Grande rotondo-romboideo

 


  • CDE – CATENA DI ESTENSIONE

L’asse è formato dalla colonna vertebrale, dai dischi e dai muscoli paravertebrali. La sua funzione è soprattutto di appoggio. L’asse posteriore, con i suoi muscoli corti, è una molla di richiamo, equilibra e modera l’azione dell’asse anteriore.

Questi i muscoli che troviamo:

Piano Profondo
Trasverso spinoso / Sopracostali / Epispinoso / Lungo dorsale / Sacro-lombare / Quadrato dei lombi

Piano Medio
Piccolo dentato postero-superiore / Piccolo dentato postero-inferiore

Relè Cingolo Scapolare
Trapezio Inferiore

Relè Arto Superiore
Grande Rotondo

 

Queste due catene cooperano tra loro, come agoniste e antagoniste, in particolari funzioni, interscambiandosi i ruoli in base alle necessità. Tra queste funzioni ce ne sono due di particolare importanza:

  • Arrotolamento – La catena di flessione avvolge il tronco, lo ripiega su stesso, conce il volume concentrandone il volume
  • Raddrizzamento –  Con la catena di estensione, il tronco trova il suo equilibrio, agendo come una forza che immagazzina l’energia che libererà nel raddrizzamento

Entrando nello specifico delle funzioni, il Dott. Busquet specifica questi aspetti:

“Nella funzione di arrotolamento il perineo, con le sue fibre longitudinali, agisce come un prolungamento dei grandi retti verticalizzando il sacro. È importante notare che il pavimento pelvico presenta fibre pluridirezionali. Lo stiramento, durante un lavoro passivo, può sollecitare solo alcune fibre, ma, durante un lavoro attivo, il perineo ha ogni fibra che lavora in modo sinergico”

Al momento dell’arrotolamento quindi:

  • con le fibre antero-posteriori, il perineo avvicina il coccige al pube
  • con le fibre trasversali, avvicina gli ischi, inducendo contemporaneamente l’apertura delle ali iliache

“Il movimento di raddrizzamento, d’estensione, è più globale di quello di arrotolamento, la sua azione è più stabile, ma meno fine. […] Quando il soggetto è in piedi, con il bacino fisso, si ha l’azione degli spinali; questi, posti al momento dell’arrotolamento in condizione di stiramento, si contraggono e agiscono sulle lombari re-instaurando la lordosi fisiologica come la corda di un arco”

Spesso, la muscolatura lombare è contratta e atrofica, ma queste condizioni si verificano un eccesso di lavoro costante. Il muscolo è fatto per un lavoro ritmico e non costante.

“Ogni lavoro continuo sviluppa le strutture fibrose (economiche) e detrimento delle fibre muscolari (atrofia del muscolo)”

Queste erano le catene rette del tronco, nelle prossime settimane impareremo a conoscere le altre, non meno importanti. Conoscere il funzionamento e i principi delle catene muscolari, è di significativa importanza per chiunque lavori (consapevolmente) nell’ambito della posturologia.

 

(Tutte le citazioni sono state prese dal libro: Le catene muscolari – VOL I, Editore Marrapese-Roma)

LE CATENE MUSCOLARI – Léopold Busquet

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LE CATENE MUSCOLARI – Léopold Busquet

Qualunque professionista abbia a che fare con la Posturologia, ha sicuramente avuto modo di conoscere e approfondire il concetto delle Catene Muscolari. Molto spesso vengono chiamate in causa, sia come responsabili di defezioni posturali, o come “trasportatrici” delle stesse su altre zone del Sistema Tonico Posturale.

Ma sappiamo veramente di cosa si tratta?

Per comprendere bene la loro essenza, è bene partire dall’origine.
Cosa sono le catene muscolari?

“Le catene muscolari rappresentano circuiti in continuità di direzione e di piano attraverso i quali si propagano le forze organizzatrici del corpo”

Metaforizzando questo concetto di Léopold Busquet, potremmo dire che le catene muscolari sono come un tetto costituito da tegole. Ogni tegola rappresenta un singolo muscolo, e le file di tegole le catene muscolari. Come è ben facilmente intuibile, se dovessimo prendere qualche tegola (ovunque) e modificargli la posizione, o la sua dimensione, avrà inevitabilmente delle ripercussioni su tutto il resto della fila.

Tornando alla funzionalità delle catene muscolari è doveroso capirne l’essenza, avendo ben in mente quella che è l’organizzazione fisiologica del corpo. Questa, in particolare, permette di comprendere i possibili schemi adattativi sia di origine compensativa che patologica.

“Il corpo obbedisce a tre leggi:

  • equilibrio
  • economia
  • confort (assenza di dolore)”

Nella situazione di benessere, e quindi fisiologico, il sistema risulta essere in equilibrio sotto ogni suo aspetto e dimensione e le soluzioni adattate dall’organismo rispondo alla legge dell’economia. Il corpo umano è “maestro” nel risparmio, ovvero, all’ottimizzazione del risultato rispetto alla spesa per il suo raggiungimento.

Mentre in una situazione anomala, patologica e/o compensativa che sia, cambia completamente lo schema. Infatti l’organizzazione del corpo mira alla conservazione dell’equilibrio, dando priorità all’assenza di dolore. Nel momento in cui questo aspetto è maggiore, o peggio cronicizzato, il corpo crea una serie di adattamenti  per limitare al massimo la sensazione di dolore, creando adattamenti difensivi, meno economici e più confortevoli.

“Ogni struttura connettiva (aponeurosi, guaine, tendini, legamenti, capsule, periostio, pleura, peritoneo, etc.), di origine mesodermica, fa parte, sul piano funzionale, di un’unica fascia.
[…] I muscoli sono contenuti nelle guaine interdipendenti. Il riequilibrio delle tensioni passa attraverso il trattamento di questi involucri. Il muscolo è solo una “manovra” al servizio dell’organizzazione generale, cioè al servizio delle fasce”

Il concetto delle catene muscolari quindi, è molto più complesso e profondo rispetto a quello che si possa pensare. Vanno considerati aspetti, priorità di organizzazione e meccanismi che il corpo mette in atto a seconda della situazione.

Nelle prossime settimane impareremo a conoscere singolarmente,  ogni gruppo di catene muscolari, e relativamente anche le singole catene mio-fasciali.
Concludiamo ora, con un punto molto importante per il Dott. Busquet, e quindi, per tutti noi:

“Il trattamento deve sempre cercare le cause attraverso la logica, la comprensione e il rispetto delle strutture. Da ciò deriva l’importanza dell’approccio manuale in campo viscerale e cranico. La relazione “contenente-contenuto” è alla base della comprensione e del trattamento.
Ottenuto il rimodellamento delle fasce con il trattamento delle catene, solo allora si potrà riarmonizzare in modo efficace e duraturo la loro mobilità” – Léopold Busquet

 

(Tutte le citazioni sono state prese dal libro: Le catene muscolari – VOL I, Editore Marrapese-Roma)

IL RECETTORE OCULARE NEL CONTESTO POSTURALE

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IL RECETTORE OCULARE NEL CONTESTO POSTURALE

“Il lavoro d’equipe ha messo in evidenza la stretta relazione tra i principali sistemi di afferenza recettoriale e regolamentazione posturale, dove la disfunzione di un distretto è in grado di alterare gli altri distretti, i quali, in modo assolutamente automatico, cercheranno di adattarsi a nuovo partner posturale”

Con queste parole, il Dott. Luca Giannelli esprime molti concetti, e tutti fondamentali.
Il primo è relativo al lavoro di equipe, non può esistere una visione olistica, se non attraverso il molteplice punto di vista delle diverse professioni. La posturologia è un settore mutevole, che necessità di una continua interazione tra i professionisti che ve ne prendono parte. Il secondo aspetto importante che viene specificato, è il concetto di non linearità. Abbiamo già imparato a conoscerlo, e non bisogna mai dimenticarlo. Uno stimolo apportato al Sistema Tonico Posturale (da qui STP, ndr) può portare a modifiche, e relativi adattamenti, di tipo parafunzionale con conseguenti coinvolgimenti dei distretti, anche distali, dell’afferenza interessata.

Riportiamo un esempio dal Dott. Luca Giannelli, il quale spiega in maniera chiara questo processo:

“Si pensi ad esempio alle posizioni anomale del capo, necessarie a compensare una visione binoculare compromessa, con la testa in ortoposizione soggettiva che coinvolgono il distretto cranio-cervico-mandibolare. Oppure alle asimmetrie del tronco assunte per evitare un dolore ricorrente che inducono adattamenti nei distretti distali come la posizione del cingolo scapolare, i rapporti dell’articolazione temporomandibolare, il feedback dell’apparato vestibolare, il carico sull’appoggio podalico, e il sistema visivo inducendo nuova organizzazione dei meccanismi tonico-fusionali degli occhi”

Ma entriamo nel vivo del discorso, come interferisce e, al contempo, come viene condizionato il recettore oculare nel contesto posturale?

Per prima cosa bisogna imparare a “vedere” il recettore oculare sotto una duplice luce:

  • esterocettiva
  • propriocettiva

La funzione esterocettiva dell’occhio avviene attraverso la percezione retinica per mezzo dei suoi recettori, come i bastoncelli e coni e la loro integrazione con le cellule ganglionare, amacrine, orizzontali con il Sistema Nervoso Centrale.
La retina fornisce informazioni sulla posizione del corpo rispetto all’ambiente circostante. Proprio per questa caratteristica è possibile intuire che qualsiasi correzione, sia in grado di modificare il rapporto del sé e con tutto ciò che si percepisce. Queste le parole del Dott. Giannelli, il quale in sostanza dichiara che, se si apportano delle modifiche alla vista, queste condizionano inevitabilmente anche la loro funzione esterocettiva.

“[…] una volta eliminato l’adattamento viziato del capo indotto dalla funzione visiva è possibile trattare con maggior facilità e migliorando il tempo di ripristino alla fisiologia attraverso l’intervento di riequilibrio posturale.”

La funzione propriocettiva riguarda tutte le informazioni che provengono dal corpo, ed in questo contesto, è relativa a informazioni che sono collegate all’attività tonico-muscolari extraoculare, e alle vie dell’oculocefalogira. Queste si riflettono sui muscoli del collo e delle spalle fino ai piedi attraverso le via autonome oculo-spinali, cervico-spinali, vestibolo-spinali, etc. etc.

“Il Sistema Tonico Posturale prende le informazioni dai muscoli estrinseci dell’occhio (MOE) che, possedendo particolari recettori (fusi neuromuscolari, cilindri mio-tedinei), sono in grado di stabilire la loro posizione rispetto alla testa e il collo, il vistibolo, l’apparato stomatognatico, il tronco e l’appoggio podalico”

La vista è tra gli “organi di senso” più importanti del nostro corpo, sia dal punto di vista funzionale che quello posturale. Come ogni altro sistema integrato del nostro corpo (ad esempio: appoggio podalico, apparato vestibolare, etc.) l’interferenza è a corrispondenza biunivoca. La funzione visiva quindi, interferisce e viene condizionata rispetto gli altri componenti del nostro Sistema Tonico Posturale:

“[…] l’approccio interdisciplinare rappresenta quindi il presente dell’attività clinica, e i test visuo-posturali sono il mezzo di comunicazione tra le diverse discipline che si occupano dell’assetto posturale”

Qui l’articolo completo del Dott. Luca GiannelliIl recettore oculare nel contesto posturale e i test visuo-posturali

METODO KLAPP

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METODO KLAPP

Il metodo Klapp prende il nome dal suo creatore, il chirurgo ortopedico tedesco Rudolf Klapp. Questa metodologia nasce all’inizio del 1900, ed è particolarmente importante per i principi sui quali si base. Seppur datato, e sicuramente superato sotto molti punti di vista, ha segnato comunque un importante cambiamento nell’approccio alle scoliosi e deformità vertebrali. Ad oggi, seppur non conosciuto dalla maggior parte dei terapisti, è un metodo che lascia traccia di sé in molti altri oggi più famosi (come ad esempio il Metodo IOP o globale segmentario che impareremo a conoscere più avanti, ndr).

Ma entriamo ora nel dettaglio, e scopriamo su quali principi si basa.

Il dott. Klapp è tra i primi a prendere in considerazione gli svantaggi ontogenetici, ossia gli aspetti negativi legati all’assunzione della stazione eretta. Da questi studi deriva:

“[…] la convinzione che gran parte delle patologie funzionali e organiche dell’uomo, in particolare quelle legate all’apparato locomotore, siano la conseguenza della stazione eretta”

Ora analizziamo i principi fondamentali del metodo Klapp. In totale sono otto, ma gli ultimi due hanno riscontrato negli anni alcune critiche, che affronteremo anche noi:

  1. la posizione quadrupedica elimina l’effetto della gravità sulla colonna;
  2. in posizione quadrupedica la colonna vertebrale si mobilizza lateralmente con maggiore facilità;
  3. le curve fisiologiche in lordosi (cervicale e lombare) consentono movimenti di maggiore ampiezza rispetto alla cifosi dorsale;
  4. in quadrupedia la colonna è particolarmente mobile, poiché i muscoli sono decontratti;
  5. la posizione quadrupedica consente una miglior mobilizzazione ed espansione della gabbia toracica, favorendo così le correzioni ai gibbi e la ridistribuzione degli organi endocavitari;
  6. vi è un rapporto costante tra flessione laterale e comparsa della rotazione dei corpi vertebrali all’apice della curva.

Quindi, in sostanza, la forza peso agendo con una direzione perpendicolare al suolo, comporta una compressione dei vari metameri tra loro. Questa costante pressione, quando accompagnata da atteggiamenti scorretti (rapporti delle curve fisiologiche o ipotonie muscolari della muscolatura profonda) potrebbe portare a scompensi e alterazioni sui piani sagittale e frontale.
Mentre, assumendo la posizione in quadrupedia, la forza peso interagisce in maniera completamente diversa sui singoli metameri. Ad ognuno di essi (metameri, ndr) è corrisposta la stessa intensità di forza peso, permettendo quindi una distribuzione del carico omogenea.

Quello che è possibile dedurre dai primi sei principi, è che la gravità gioca un ruolo fondamentale, e negativo, sulla colonna. Nasce quindi il concetto di lavorare in azione decompensata, sfruttando la gravità a vantaggio di questo elemento.

Quanti metodi di oggi sfruttano questo aspetto? Molti.

Ora vediamo i due principi “contenstati”:

  • in posizione quadrupedica lordotizzata, esiste un rapporto costante tra la sede dell’apice della curva scoliotica nella flessione laterale e l’inclinazione del tronco rispetto al suolo;
  • in posizione quadrupedica cifotizzata, esiste un rapporto costante tra la sede dell’apice della curva scoliotica nella flessione laterale e l’inclinazione del tronco rispetto al suolo.

In sostanza questi due principi esprimono il seguente concetto: assumendo specifiche posizioni in lordosi e cifosi, associate a inclinazioni del busto sul piano sagittale, dovrebbero indicare una localizzazione perfetta dell’apice della curva.
Questo è il sunto dei punti precedenti, ma non esistendo sufficienti prove scientifiche, non è possibile assumerli come veri.

Per concludere questa rapida, ma importante, visione sulla metodologia Klapp, lasciamo la parola al suo ideatore:

“Se, come concetto fondamentale di questa analisi, riscontriamo che la colonna vertebrale si piega lateralmente di preferenza laddove vi è della lordosi, allora per noi è più facile di prima fissare i punti di curvatura laterali e localizzarli in modo da creare una lordosi artificiale in quel punto”

 

(Parte del testo è stato tratto dal libro Rieducazione delle scoliosi e delle lombalgie, Vincenzo Pirola, edi-ermes)

METODO MÈZIÉRES

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METODO MÈZIÉRES

La forma perfetta è il tramite della funzione perfetta
Françoise Mèziéres

 

Il metodo Mèziéres nasce dall’omonima, e celeberrima, Françoise Mèziéres a metà del ‘900 da un famoso episodio che la illuminò:

“Un’osservazione ha sconvolto tutto quello che avevo imparato fino ad allora. Nel 1947 venne da me una signora che presentava un’enorme cifosi con una media iperlordosi. Un paio d’anni prima era stata messa da De Saze in un corsetto rigido (cuoio e ferro). Il corsetto aveva lavorato bene all’inizio, ma aveva poi creato diverse piaghe. Si era talmente aggravata da presentare periartrite scapolomerale che impediva la funzionalità di un arto superiore. Pensai, quindi, di avvicinare le mani al petto e spingere le spalle all’indietro (metodo classico), ma era troppo rigida”

Come la maggior parte di voi saprà, il metodo Mèziéres ha rivoluzionato il modo di osservare una persona e la sua patologia. Forse per la prima volta, è stata presa in considerazione una visione globale e non settoriale della problematica.
Ma su cosa si basa il concetto di questo metodo? E perché è importante nell’aspetto posturale?

Secondo Mèziéres l’eccesso di forza, o meglio, di rigidità, è caratteristica dei muscoli della colonna e, soprattutto, dei muscoli paravertebrali. L’equilibrio in piedi è assicurato dalla forza dei muscoli posteriore e dai loro ausiliari addominali, forza che si oppone all’azione della gravità, la quale agisce anteriormente all’asse vertebrale. Il carico eserciterebbe un’azione di tipo compressivo e la gravità favorirebbe una caduta in avanti del corpo.
Attraverso la visione di Mèziéres, la muscolatura spinale è la più forte e produce compensi, soprattutto nel senso della lordosi, a vari livelli. Inoltre non sarebbe la gravità, come affermato dai classici, bensì i muscoli del dorso con le loro rigidità e contratture a produrre compressione sulle vertebre (pezzo tratto dal libro Rieducazione delle scoliosi e delle lombalgie – Vincenzo Pirola, edi-ermes).

“La misi distesa, supina, e spinsi sulle spalle. Le spalle non si mossero, ma si creò un’iperlordosi lombare. Cercai di annullare l’iperlordosi appoggiando gli arti inferiori al bacino e si ebbe un’iperlordosi cervicale. Mentre ci viene insegnato che la muscolatura posteriore è più debole, in realtà è più rigida! Il lavoro, quindi era di allungare questi muscoli operando non sulla gibbosità, ma sulla lordosi e sull’insieme delle catene muscolari.”

Per catena muscolare s’intende un sistema di più muscoli mono -e poliarticolari embricati tra loro, per cui il movimento di uno, o più muscoli, influenza anche gli altri. Dalla nuca al sacro, dal sacro agli arti inferiori, sotto la pianta del piede e risalendo anteriormente fino al ginocchio, esiste un embricarsi di muscoli che costituiscono come un enorme e lungo complesso muscolare dotato di notevole tensione e scarsamente elastico a cui Mèziéres ha dato il nome di catena posteriore.
Questa catena lavora in modo globale cosicché, se a un determinato livello, per esempio cervicale, si ha un accorciamento per un’alterazione prodottasi nel tempo (ad esempio iperlordosi cervicale) oppure traumatica (ad esempio colpo di frusta), tale accorciamento trascina tutto il resto della catena.

Risulta impossibile potersi addentrare nello specifico in questa metodologia in così poche righe, ma è possibile poter riassumere le basi della stessa in tre punti essenziali (punti tratti dal libro Il manuale del mézièrista Vol I – Godelieve Denys-Struyf, ed. Marrapese – Roma):

  1. La tensione dei muscoli posteriori determina, al livello della colonna vertebrale, l’esagerazione delle curve sagittarie e delle scoliosi;
  2. La lordosi è sempre primaria, la cifosi e la scoliosi sono deformazioni secondarie;
  3. La lordosi, le rotazioni interne e il blocco diaframmatico in inspirazione sono riconducibili ad una sola realtà.

In conclusione, il metodo Mèziéres, studiato con il necessario approfondimento e applicato con la necessaria professionalità (e, soprattutto, dai professionisti adeguati), potrebbe dimostrarsi un importante passo qualitativo nel complesso panorama della ginnastica medica, e della posturologia.

COME INTERFERISCE L’APPARATO VESTIBOLARE SULLA POSTURA?

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COME INTERFERISCE L’APPARATO VESTIBOLARE SULLA POSTURA?

Il Sistema Tonico Posturale, come tutti gli altri Sistemi del nostro corpo, è complesso. Sarebbe forse meglio definirlo in un altro modo: non lineare. Il miglior esempio è stato dato dal Prof. Fabio Moro: “Provate a trovare l’origine di un cerchio!”

Quante possono essere le interferenze in questo Sistema? Forse è il caso di dire che l’aspetto più importante è di trovare il recettore posturale che crea la maggior interferenza. E per farlo servono due cose:

  • una conoscenza del principio della non linearità del Sistema Tonico Posturale;
  • un’ottima umiltà professionale, e nel miglior networking possibile per creare collaborazioni professionali intorno al paziente.

Entrando nello specifico dell’articolo di oggi, tratteremo dell’interferenza dell’Apparato Vestibolare e di come, attraverso una visione molto specifica, sia possibile lavorarci. Ma prima di addentrarci, facciamo un piccolo remind sul nostro attore principale, l’Apparato Vestibolare (grazie ad un’ottima descrizione del Dott. Giovanni Chetta, che potete trovare qui).

L’Apparato Vestibolare (vestibolo, labirinto) è situato in profondità nell’osso temporale (rocca petrosa), dietro l’orecchio interno. Il canale cocleare della chiocciola (coclea), infatti, è in collegamento con un rigonfiamento (2-3 mm) colmo di endolinfa, il sacculo. Al suo interno sono inoltre presenti dei microcristalli (otoliti, statoconi) che consentono ai recettori sensoriali (meccanocettori), posti nella parete del sacculo, di percepire l’accellerazione verticale (quella, ad esempio, che si prova salendo in ascensore). Esso è inoltre sensibile a suoni a bassa frequenza (sotto i 500 Hertz) e alto volume (superiori ai 100 decibel) che quindi stimolano il movimento.
Il sacculo è, a sua volta, in comunicazione con un’altra vescicola, l’utricolo (otricolo), che, tramite lo stesso meccanismo, fornisce informazioni sull’accellerazione orizzontale (quella subita su un auto o moto, ad esempio).
L’utricolo, inoltre, rappresenta lo sbocco comune dei tre canali semicircolari (ca. 1 cm di diametro e perpendicolari tra di loro, con all’interno endolinfa) del labirinto. I recettori sensoriali dei canali semicircolari percepiscono i movimenti rotatori di testa e corpo (accellerazioni angolari).

Questi sistemi, tutti insieme, forniscono al cervello informazioni sulla posizione della testa e del corpo nello spazio. In particolare, sembra che solo il sistema otolitico (sacculo e utricolo) partecipi alla regolazione posturale fine (influenzando il tono muscolare), mentre il sistema semicircolare intervenga esclusivamente nell’equilibrio dinamico.

 Quindi, in cosa consiste la terapia riabilitativa vestibolare ?

“La terapia riabilitativa vestibolare è una terapia funzionale e non è dunque in grado di interferire con gli agenti etiologici e coi meccanismi patogenetici. Il suo obiettivo è esclusivamente il ripristino delle funzioni alterate, ottenuto favorendo l’attività adattivo-compensatoria o inducendo l’abitudine allo stato patologico.”

Queste le parole del Dott. Leonardo Manzari, specialista otorinolaringoiatra. Il quale ha sempre spinto verso l’unica direzione possibile, la collaborazione tra le diverse figure professionali:

“Di fronte ad una difficoltà di adattamento è fondamentale che il vestibologo si dedichi alla ricerca delle cause (patologiche centrali, età, muscolo tensione da disfunzione rachidea e/o da disordine cranio mandibolare, psicologiche, etc.) Si dovrà dunque dedicare alla rimozione delle cause (così detta fase multidisciplinare) in accordo con altri specialisti (fisiatra, odontoiatria e/o gnatologo, psichiatra, oculista).”

Come per ogni altra situazione, la miglior cura è la prevenzione e tempestività di intervento. Per poterlo fare, però, bisogna avere gli strumenti giusti. E quali sono i test migliori per poter definire la priorità di interferenza dell’Apparato Vestibolare in caso di disturbi posturali?

Scoprilo leggendo l’articolo del Dott. Leonardo Manzari: PRINCIPI E PRASSI DELLA RIABILITAZIONE VESTIBOLARE

INTERAZIONI TRA APPARATO STOMATOGNATICO E STRUTTURA CRANICA

INTERAZIONI TRA APPARATO STOMATOGNATICO E STRUTTURA CRANICA

In questi anni abbiamo imparato a conoscere l’Apparato Stomatognatico sotto diversi punti di vista e, soprattutto, le diverse interazioni che ha con altri sistemi del nostro corpo. Osservando bene le diverse tematiche trattate nei precedenti articoli, si nota come l’Apparato Stomatognatico sia sempre stato l’elemento posto “più in alto” delle interazioni posturali. Ma se iniziassimo a considerare anche quello che c’è anche sopra?

Possono esistere interazioni tra cranio e Apparato Stomatognatico?

Per poter affrontare questo delicato tema, senza incorrere in errori, o perderci nel mare delle possibilità, ci siamo appoggiati alla sapiente visione, ed esperienza, del Dott. Giuseppe Stefanelli. Durante gli anni della sua lunga carriera ha sviluppato una metodologia a riguardo, chiamata OrtoCranioDonzia, la quale tratta specificatamente di possibili influenze tra questi due elementi:

“Non esistono malocclusioni senza un disequilibrio strutturale delle basi ossee in cui i denti sono inseriti, ergo risulta indispensabile procedere prima alla loro mobilizzazione e riequilibrio. Questo, associato ad un ripristino funzionale adeguato (respirazione, deglutizione, masticazione) è l’obiettivo primario”

Abbiamo visto come, nel recente articolo MAL DI TESTA E APPARATO STOMATOGNATICO, uno studio scientifico dimostri un riscontro più frequente di cefalee abituali e persistenti in pazienti portatori di problematiche anatomiche, e/o funzionali, a carico dell’Apparato Stomatognatico. Oppure in POSTURA E OCCLUSIONE come, quest’ultima, influenzi significativamente lo sviluppo nell’età evolutiva. È anche per queste ragioni che il Dott. Stefanelli commenta in questo modo:

“L’ortognatodonzia dovrebbe cambiare radicalmente, in primo luogo, i suoi riferimenti diagnostici e poi quelli terapeutici. La vecchia classificazione di Angle, i valori teleradiografici, dovrebbero lasciare il posto al concetto di schema cranico, di asimmetria fisiologica, di ripristino funzionale e di riorganizzazione neurologica.
Gli studi sulla neuroplasticità oggi dimostrano che, modificando l’occlusione arbitrariamente, si modifica strutturalmente e funzionalmente il cervello e la neurofisiologia.”

Entrando nello specifico, come si può intervenire per poter interessare le osse craniche attraverso l’ortognatodonzia? Come per ogni sistema, c’è una porta d’ingresso principale, e in questo caso è la mobilizzazione della premaxilla:

“[…] espandere la sutura inter-canina rilascia i molari, la premaxilla, quattordici ossa facciali e i patterns di Strain della Sinfisi sfeno-basilare. In medicina cinese la premaxilla e gli incisivi sono in connessione energetica con il meridiano del rene”

Ma perché ora il collegamento con la medicina cinese? Considerando il minor scetticismo che attornia questa cultura, sempre più professionisti sanitari fondono le due culture mediche (occidentale e orientale, ndr) al fine di aumentare la propria visione olistica sul corpo umano.

“Nella medicina cinese, il rene viene considerato come l’organo depositario dell’energia ancestrale. Se questa “energia renale” e il tessuto connettivo sono deboli, i limiti fisiologici vengono superati e il paziente potrebbe sviluppare una “nefroptosi”, vale a dire una discesa del rene che potrebbe oltrepassare l’altezza di due vertebre. Da qui un disequilibrio posturale globale. Inoltre, secondo le teorie dell’Agopuntura e della Medicina Funzionale, il circuito energetico Rene-Vescica è responsabile dello sviluppo del sistema scheletrico.”

Non sempre è semplice il confronto per chi studia il problema da un punto di vista differente, ma non per questo dev’essere messo in minor luce. Con questo articolo, scritto in collaborazione con il Dott. Stefanelli, si è voluto dare voce a un professionista che da anni si impegna quotidianamente, sia nella ricerca accademica che nello sviluppo professionale con un’unica visione:

“Per me la Ortognatodonzia è molto di più, è una vera “Scienza della salute” e come tale continuerò a professarla”

Qui per la lettura integrale delle risposte al Dott. Stefanelli: INTERAZIONI TRA APPARATO STOMATOGNATICO E STRUTTURA CRANICA

MAL DI TESTA E APPARATO STOMATOGNATICO

by pconsapevoli
MAL DI TESTA E APPARATO STOMATOGNATICO

I mal di testa sono sempre causati da problematiche diverse tra loro. Anche sulla stessa persona, a meno che non siano in atto patologie specifiche, le cefalee hanno quasi sempre un’origine differente. Quando, ad esempio, sono dovute a fattori di stress psico-fisici, oppure a problematiche legate alla cervicale, o a situazioni di disturbo visivo. Si potrebbe creare un elenco piuttosto imponente sulle possibili cause dei mal di testa.

Ma tra queste vogliamo oggi analizzarne una nello specifico, quella causata dai Disordini Cranio-Mandibolari (DCM, ndr.):

“Il riscontro sempre più frequente di cefalee abituali e persistenti in pazienti portatori di problematiche anatomiche e/o funzionali a carico dell’apparato Stomatognatico, spiega la necessità di includere le cefalee tensive scondarie tra le patologie odontoiatriche”

Leggere l’incipit dell’articolo del Dott. Andrea Gizdulich rende molto chiara la direzione che si vuole prendere: dare la giusta importanza a questo apparato, troppo spesso sottovalutato al di fuori di se stesso.
È doveroso approfondire (o ricordare) alcuni degli aspetti più caratteristici: la mandibola è un osso talmente particolare dall’essere unico che, per mezzo delle sue articolazioni, si lega alle ossa temporali, creando l’Articolazione Temporo-Mandibolare (ATM,ndr). Questa articolazione è piuttosto complessa, in quanto permette movimenti sui diversi piani dello spazio, assicurando movimenti sia di rotazione che di traslazione.
Troviamo inoltre una ricca muscolatura masticatoria, tra cui il muscolo che esprime la maggior potenza di tutto il nostro corpo, il Massetere. Questa muscolatura partecipa, in maniera obbligata, a tutte le posizioni o movimenti mandibolari. Ma la cosa più importante, è che esiste una forte cooperazione da parte di alcuni muscoli cervicali (come i muscoli Trapezi e Sternocleidomastoidei), che tra i loro compiti hanno quello di gestire il movimento della testa sul collo. Questo influisce sulla conseguente posizione del mascellare superiore, e non sarebbe del tutto errato considerarli quindi sinergici nei movimenti dell’apparato stomatognatico.

“Fra tutti i movimenti che la mandibola può compiere, merita un’attenta considerazione quello che provoca il massimo contatto possibile fra le due arcate dentali. La posizione di massima “intercuspidazione” dentale, definita “occlusione” è essenziale per la funzione masticatoria”

Come da definizione, ogni ciclo masticatorio inizia generalmente all’inizio di ogni atto di deglutizione. Una “piccola” curiosità risiede nel numero di volte che lo effettua nelle 24 ore, circa 2000. Ad ogni contatto fra le arcate dentali in massima intercuspidazione viene provocato un input propriocettivo che influisce sul tono muscolare.

“L’occlusione dentale è quindi implicata nella postura della testa per il coinvolgimento muscolare cervicale.
[…] Ogni qualvolta questo equilibrio non può realizzarsi per cause diverse, ma per lo più connesse alla situazione delle arcate dentali, si avrà un’occlusione “adattata” che deve essere considerata patologica”

Stiamo quindi mettendo in luce quello che è il “ponte” tra l’apparato stomatognatico e la cervicale. Per quale processo di compensi avviene un mal di testa per disfunzioni cranio-mandibolari?

“L’alterazione occlusale genera una condizione definita “Disordine Cranio-Mandibolare” che può essere caratterizzata da quadri clinici diversi. Il quadro clinico, nella maggioranza dei casi, è privo di sintomatologia ma ricco di invece di soli segni obiettivi che esprimono una condizione di precario equilibrio.
Quando, e se, questo equilibrio dovesse rompersi insorgono cefalee e cervicalgie tensive, espressione nel territorio della testa e del collo della Sindrome Dolorosa miofasciale”

Ricordiamo che non tutte le cefalee sono uguali, e ogni “categoria” di queste appartiene a origini differenti fra loro. Ma tra queste ne abbiamo una di causa occlusale e posturale. Attenti quindi, non solo a come utilizzate la lingua per la deglutizione, ma anche a come le arcate dentali interagiscono tra loro!

Qui l’articolo completo del Dott. Andrea Gizdulich: cefalee_tensive_disordini_cranio_mandibolari

PIEDI E BOCCA: PUO’ UN BITE INTERFERIRE CON LA PRESTAZIONE AGONISTICA?

by pconsapevoli
PIEDI E BOCCA: PUO’ UN BITE INTERFERIRE CON LA PRESTAZIONE AGONISTICA?

Non è la prima volta che affrontiamo la questione dell’interferenza dell’apparato stomatognatico con il sistema tonico posturale, ma può esserci interferenza con l’appoggio podalico? E l’utilizzo di bite specifici per atleti, potrebbe portare a dei cambiamenti sensibili sulla prestazione?

“Una corretta postura consente una migliore economia energetica e l’assenza di dolore anche in presenza di soggetti particolarmente “strutturati” (atleti) e, qualitativamente attivi, (motoriamente) in quanto atleti di alto livello agonistico”

Queste parole sono state scritte da ricercatori e presentate durante un Congresso Internazionale di Isokinetic, organizzazione che di prestazioni e recuperi sportivi se ne intende.
La loro domanda di partenza è molto semplice: può un bite per il controllo dei carichi e degli squilibri posturali interferire sull’appoggio podalico? E in che modo?

Hanno effettuato uno studio su atleti agonisti di sci alpino di alto livello, i quali presentavano problematiche relative ad alterazioni podo-posturali e conseguentemente alcuni, delle problematiche legate alla malocclusione. Questi ultimi hanno inoltre dichiarato affezioni quali: cervicalgie da tensioni retronucali, algie masticatorie, brachialgie dolori scapolo-omerali; in particolar modo nel periodo precedente alla prestazioni agonistiche.

“Lo scopo di questo lavoro è di individuare la reale funzionalità dei “bite” come modulazione del morso in comparazione con l’indagine baropodometrica che evidenzi eventuali modifiche di “atteggiamento” in carico del piede”

Quello che a noi interessa di più è cercare di capire come “biomeccanicamente” l’apparato stomatognatico possa interferire nel  relativo appoggio podalico. In diversi altre ricerche abbiamo letto come la bocca abbia un’importanza nel condizionamento del rachide cervicale, o del cingolo scapolo-omerale, ma la domanda rimane semplice: come la bocca arriva a influenzare i piedi?

“Il sistema stomatognatico partecipa attivamente al meccanismo della deambulazione, durante la quale i muscoli sternocleidomastoidei e trapezio producono alternativamente una trazione ritmica sulle ossa craniche.
I gruppi muscolari impegnati durante il movimento sono i flessori e gli estensori controlaterali della spalla e dell’anca, gli adduttori e gli abduttori controlaterali della spalla e dell’anca, lo psoas ed il grande pettorale controlaterali, il medio gluteo e gli addominali controlaterali.
Vi è quindi una stretta correlazione tra ATM e piede: quest’ultimo riveste in questo caso un compito molto delicato, cioè di modulatore delle attività discendenti.”

I risultati dello studio sono stati significativi in questi termini. Il 90% degli atleti presi in oggetto di esame, con l’uso di bite hanno modificato per intero il loro appoggio podalico, mantenendo una regolarità degli equilibri e delle oscillazioni, andando,  inoltre, a normalizzare le tensioni retronucali prima dichiarate, con il conseguente annullamento della sintomatologia dolorosa.
Ma il gesto atletico quali conseguenze ha subito?

“Si è anche avuto un riscontro nelle performance dell’atleta e nell’esecuzione nel gesto sportivo, con una armonizzazione del movimento ed una maggior precisione nell’attività tecnico-motoria”

Quindi sì, l’utilizzo del bite condiziona l’appoggio podalico. La vera differenza è se lo stimolo dato al corpo dell’atleta abbia poi una risultante positiva o negativa, bisogna essere consapevoli delle modifiche che si stanno apportando.

A presto!

Qui lo studio del Dott. Bracco P., Armandi M., Cerrato M., in collaborazione con l’Università degli Sudi di Torino, Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia; Reparto di Ortognatodonzia e Gnatologia-funzione masticatoria; SCDU di Odontostomatologiala-pedana-baropodomentrica-come-valutazione-strumentale-su-atleti-che-utilzzano-bite-per-il-controllo-dei-carichi-e-degli-squilibri-posturali